Mercoledì, 15 Aprile 2026 16:36

Ti consiglio un Libro: "Quando I Walter Veltroni"

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Oggi voglio cominciare ponendovi una domanda: che cosa succederebbe se foste catapultati indietro nel tempo di oltre trent’anni? Un po’ alla Marty McFly, per intenderci. Sarebbe sicuramente uno shock: la tecnologia, le abitudini, le persone… tutto diverso.

E ora ve ne pongo un’altra: e se invece che tornare indietro foste proiettati trent’anni avanti?

Forse l’impatto sarebbe ancora più forte.

Del passato, in fondo, qualcosa sappiamo; il futuro invece è un territorio completamente da scoprire e quando proviamo a immaginarlo, finiamo, come nel caso dei film di fantascienza, in mondi surreali, anche se ogni tanto qualcosa si avvera davvero.

Ma facciamo un passo per volta: l’intenzione è far capire quanto il tempo sia un elemento costante nelle nostre vite, il vero protagonista in qualche modo.

Esagerato? Forse, ma non certo nel momento in cui si afferma che il tempo, anzi il suo trascorrere, è il vero protagonista del libro di questo mese.

13 giugno 1984, Roma, Piazza San Giovanni in Laterano: durante i funerali di Enrico Berlinguer, un ragazzo di vent’anni, Giovanni, viene colpito dall’asta di una bandiera e finisce in coma.

Passano i giorni, i mesi, poi gli anni. Giovanni continua a dormire in una stanza d’ospedale: invecchia senza accorgersene, mentre i suoi cari vivono la loro vita. La fidanzata, che era con lui al momento dell’incidente, si rifà una vita, costruisce una famiglia, ha una figlia, la figlia nata dall’amore con l’uomo che ha passato più della metà della sua esistenza in coma e che, infatti, non sa di avere. Il padre muore, la madre si ammala e viene ricoverata in una struttura. Tutto questo accade mentre Giovanni dorme, mentre subisce lo scorrere del tempo senza poterlo vivere; finché, un giorno, qualcosa cambia: in quella stanza d’ospedale la vita riparte, perché Giovanni si risveglia dal coma.

Ma non è più un ragazzo di vent’anni. È un uomo di cinquanta. Sono passati trentatré anni, ma lui non lo sa. Non sa nulla di ciò che è accaduto tra il 1984 e il 2017. È un ragazzo degli anni ’80 nel corpo di un adulto, e non conosce telefoni, bluetooth, CD… nulla. In un certo senso è come un “neonato” che deve crescere di nuovo, e questa sua rinascita è raccontata, con grande delicatezza, da Walter Veltroni in “Quando”.

“Quando”. Una parola, un titolo…semplice quasi neutro, ma che in realtà è di significato.

Il libro apre un raggio amplissimo di riflessioni; racconta la vita di un uomo che, in realtà, non è stata vissuta, ma subita: Giovanni deve recuperare oltre trent’anni nel minor tempo possibile, deve imparare a stare in un mondo che è andato avanti senza di lui. Ed è proprio leggendo la sua storia che ci si rende conto di quanto, nell’arco di pochi decenni, tutto sia cambiato in modo radicale.

Viene spontaneo chiedersi come sarebbe stato se si fosse risvegliato nel 2026, dieci anni più tardi rispetto al romanzo. Perché basta veramente poco per rendersi conto come, in questi dieci anni, è cambiato tutto, ancora una volta.

Il progresso corre a una velocità folle, e noi corriamo con lui, sempre alla ricerca della prossima novità, della prossima tecnologia, del prossimo salto in avanti.

Ed è proprio qui che il libro colpisce, anche se forse non è il suo obiettivo: mostra l’innovazione non come la viviamo noi, fatta di aggiornamenti continui, versioni, cambiamenti che si susseguono, ma come la vivrebbe qualcuno che non ha fatto in tempo a seguirla. Giovanni guarda il mondo con occhi che noi non abbiamo più.

Per lui tutto è nuovo, tutto lo sorprende e lo sconvolge, tutto è da imparare.

In questo suo stupore, nello stupore di un uomo che è come un bambino, c’è una domanda che riguarda anche noi: “Quanto dell’innovazione che ci circonda riusciamo davvero a vedere?”

Mentre il protagonista deve recuperare trent’anni di progresso, noi rischiamo di non accorgerci di nulla. L’innovazione corre così veloce che spesso non abbiamo il tempo di assimilarla, di capirla, di interrogarla: la viviamo, la usiamo, la  consumiamo, ma raramente la osserviamo.

E forse è proprio questo il punto: il libro ricorda che il tempo non è soltanto ciò che scorre, ma ciò che trasforma. E oggi l’innovazione è la forma più evidente in cui il tempo prende corpo.

In questo viaggio, però, Giovanni non è completamente solo. Accanto a lui ci sono figure fondamentali: Giulia, la suora che lo ha accudito negli ultimi anni del coma, e Flavia, il grande amore di gioventù da cui si sente tradito. Tradito perché lei non l’ha aspettato, perché è andata avanti, come era giusto che fosse. Flavia ha vissuto, ha sofferto, ha scelto, ha costruito una nuova vita: ha seguito il tempo, mentre lui è rimasto sospeso. E questo crea una distanza che nessun affetto può colmare del tutto.

Ma il punto centrale resta un altro: Giovanni è circondato da persone della sua nuova vita e anche di quella passata, anche se cambiate, ma è comunque solo.

Gli altri hanno vissuto, hanno attraversato il cambiamento, ne sono parte. Lui no. Lui deve affrontarlo da zero, deve apprendere poco alla volta ogni trasformazione, ogni perdita, ogni novità. E questo processo, per quanto necessario, è una ferita dolorosa, che non si rimargina facilmente.

Alla fine, ciò che resta non è un confronto tra un prima e un adesso, né la nostalgia per ciò che è stato o l’entusiasmo per ciò che sarà.

Resta piuttosto la sensazione sottile che il tempo scorra comunque, che ci attraversi anche quando non lo guardiamo; il mondo evolve, mentre le novità si susseguono e il futuro ci chiama sempre un passo più avanti, c’è un presente che rischia di sfuggirci dalle mani.

Un presente fatto di attimi semplici, di dettagli che meritano uno sguardo più lento: forse è lì, in quella frazione di tempo che spesso ignoriamo, che si nasconde davvero ciò che vale la pena trattenere.



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