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Negli ultimi anni è diventato evidente come l’innovazione non possa più essere valutata soltanto in termini di performance tecnica. Le tecnologie avanzano con una velocità crescente, mentre la loro adozione sociale procede spesso con maggiore lentezza. Questo scarto genera frizioni, sfiducia e sprechi di risorse.
La Commissione Europea ha riconosciuto questo disallineamento tra traiettorie tecnologiche e bisogni della società, sottolineando come possa creare colli di bottiglia nello sviluppo e produrre esternalità negative. In questo scenario, il Societal Readiness Level (SRL) emerge come uno strumento essenziale: non un semplice indicatore, ma una lente critica per comprendere se un’innovazione è davvero pronta a entrare nella vita delle persone.
Oltre il TRL: la maturità sociale come condizione di efficacia
Il Technology Readiness Level, nato in ambito aerospaziale, misura la maturità tecnica di una tecnologia. Ma una soluzione può essere impeccabile dal punto di vista ingegneristico e, allo stesso tempo, non trovare spazio nella società perché non è compresa, non è percepita come rilevante o non si inserisce nei comportamenti e nelle istituzioni esistenti. Il SRL nasce per colmare questo vuoto, valutando quanto un progetto sia adattato e adattabile al contesto sociale in cui dovrebbe operare. Secondo le linee guida europee, un alto livello di readiness sociale indica che la soluzione è stata sviluppata con un coinvolgimento reale degli stakeholder, che le preoccupazioni sono state comprese e che il contesto è pronto ad accoglierla. È un cambio di prospettiva: la maturità tecnica non basta più, serve una maturità sociale.
L’imprenditore come attore sociale
Questa visione ridefinisce il ruolo dell’impresa. L’imprenditore non è più soltanto un attore economico, ma diventa un agente sociale che interpreta bisogni, anticipa vulnerabilità, costruisce fiducia e legittimazione. La letteratura sull’impatto sociale dell’imprenditorialità mostra come i team capaci di integrare competenze sociali e tecnologiche generino modelli più resilienti e più capaci di produrre valore condiviso. L’innovazione, per funzionare davvero, deve essere progettata insieme ai contesti che la dovranno accogliere. Horizon Europe insiste su questo punto: la Societal Readiness richiede processi inclusivi, capaci di integrare le scienze sociali e umanistiche per comprendere valori, percezioni, norme e aspettative che influenzano l’adozione delle tecnologie. Non è un’aggiunta marginale, ma una condizione strutturale.
L’intersettorialità come metodo progettuale
Le sfide contemporanee non si lasciano contenere dentro i confini disciplinari tradizionali. Richiedono linguaggi diversi, competenze ibride, capacità di leggere i mutamenti sociali mentre accadono. L’approccio intersettoriale diventa quindi una necessità, non un’opzione metodologica. Il Societal Readiness Level lo rende esplicito: la maturità sociale non è un attributo della tecnologia, ma il risultato di un processo che coinvolge attori, istituzioni, pratiche e immaginari collettivi. La readiness è un percorso, non un punteggio. E questo percorso si costruisce attraverso il dialogo tra settori, la contaminazione disciplinare e la capacità di interpretare la complessità.
Il Centro Sicurezza, Rischio e Vulnerabilità come chiave di lettura finale
L’esperienza del Centro Sicurezza, Rischio e Vulnerabilità dell’Università di Genova rappresenta un esempio concreto di questo cambio di prospettiva. Il Centro, che riunisce competenze provenienti da oltre metà dei Dipartimenti dell’Ateneo, lavora come spazio di confronto tra ricerca, imprese, istituzioni e società civile. La lettura dei rischi e delle vulnerabilità non è intesa come un esercizio di cautela, ma come un modo per orientare l’innovazione verso soluzioni più consapevoli, più robuste e più capaci di generare valore sociale. La sua attività mostra come la maturità sociale possa essere costruita attraverso processi di co‑progettazione, interpretazione condivisa e apertura interdisciplinare. È un laboratorio di metodo, prima ancora che un centro di ricerca, e rappresenta una chiusura naturale del percorso che il Societal Readiness Level invita a intraprendere.
Proprio da questa prospettiva si inserisce il prossimo Coffeetech, il numero 275, che questo venerdì vedrà come relatore Andrea Pirni, Professore di Sociologia politica del DISPI e Presidente del Centro SRV. La sua presenza offre l’occasione per riportare al centro del dibattito il ruolo dell’impatto sociale nei processi di innovazione e per approfondire, attraverso l’esperienza del Centro, come la lettura critica del SRL possa diventare uno strumento operativo per imprese, istituzioni e territori. È un passaggio naturale: dopo aver compreso perché l’innovazione deve essere socialmente pronta, il Coffeetech ci permette di esplorare come questa readiness possa essere costruita, discussa e resa parte integrante delle strategie di sviluppo.
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