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Potrebbe sembrare una scelta insolita che in una newsletter che parla di innovazione, IA e trasformazioni digitali arrivi all’improvviso un libro del 1910. Eppure, “Lo spirituale nell’arte” di Vasilij Kandinskij è uno di quei testi che non appartengono a un’unica stagione della vita.
È un libro che si che si riapre, si rilegge, che cambia insieme a chi lo attraversa: ogni volta mostra qualcosa di diverso, come se si adattasse al tempo in cui lo si legge. Oggi, nel pieno di una rivoluzione tecnologica, il libro appare sorprendentemente moderno: è chiaro che non riguardi algoritmi dati, ma parla di ciò che ogni innovazione mette in discussione, il nostro modo di percepire il mondo, di interpretarlo, di dare forma al nuovo.
Le sue intuizioni sulla novità, sulla replica, sulla paura del cambiamento risuonano con una precisione quasi inquietante nel presente: un testo che, pur scritto più di un secolo fa, illumina molte delle dinamiche che governano l’evoluzione contemporanea.
Ma che cosa è “Lo spirituale nell’arte?”
Difficile “incasellarlo”: non è un manuale, non è un trattato, non è un manifesto. È una raccolta di appunti, intuizioni, tentativi di spiegare una scelta stilistica che all’epoca non veniva compresa e che, ancora oggi, in parte, non lo è. Si potrebbe definire il libro che Kandinsky scrive per colori ai quali non piacciono le sue opere.
Si nota il suo rifiuto per il “neo‑classicismo” non per ribellione, ma per lucidità: ogni forma appartiene al proprio tempo: replicare il passato significa animare un corpo senza vita.
Le sue sono parole aspre a questo riguardo; la riproduzione dell’arte classica viene comparata a “un bambino morto” nel momento in cui viene ripetuta senza necessità interiore, ridotta a pura imitazione, perfetta nella forma ma svuotata di spirito.
Questa critica alla replica sterile del passato risuona nel presente. All’inizio del Novecento molti guardavano all’arte del passato come unico modello possibile, replicandola senza interrogarsi sul proprio tempo. Oggi, in un contesto completamente diverso, si osserva un meccanismo simile nel rifiuto dell’innovazione tecnologica. L’intelligenza artificiale viene spesso percepita come un intruso o un nemico.
Eppure, come l’astrazione nel 1910, anche l’IA è figlia del proprio tempo. Non è un corpo estraneo: è una forma che nasce da un contesto culturale preciso, da un’epoca che ha bisogno di nuovi linguaggi. La paura della tecnologia, in questo senso, assomiglia molto alla paura dell’astrazione: è il timore di perdere un ordine noto, un’estetica familiare, un modo di interpretare il mondo (che non funziona più).
Nei suoi appunti il pittore descrive l’umanità come una piramide: in cima ci sono pochi individui che percepiscono prima degli altri il cambiamento, poi via via tutti gli altri. È un’immagine sorprendentemente vicina ai modelli contemporanei di adozione dell’innovazione. I pionieri che sperimentano, la maggioranza che arriva dopo, i ritardatari che resistono fino all’ultimo: è la stessa dinamica che oggi governa l’ingresso di ogni nuova tecnologia.
Anche qui Kandinsky sembra parlare del presente senza saperlo, in quanto l’innovazione non avanza in modo uniforme ma, per intuizioni isolate che poi diventano patrimonio comune.
Ulteriore aspetto che ci permette di fare delle riflessioni estremamente attuali è la tematica della “novità”. Kandinsky descrive il primo incontro con qualcosa di nuovo come un’esperienza infantile: stupore, apertura, meraviglia. Ma la durata è breve: diventa abitudine, poi normalità, e infine si cerca qualcos’altro.
È un meccanismo umano, non artistico, identico a quello che governa l’innovazione contemporanea. Sia l’IA sia la sua evoluzione, l’IA Agentica, sono state accolte con meraviglia, poi sono diventate uno standard. Ora si guarda già oltre. Non è la tecnologia a correre: è la nostra capacità di elaborare lo stupore.
L’innovazione non è più un evento, ma un ritmo che costringe a ridefinire continuamente ciò che consideriamo “nuovo”.
Il libro dedica pagine fondamentali alla teoria del colore. Per Kandinsky il colore non è un elemento tecnico, ma l’immagine di un sentimento: ogni scelta cromatica è una scelta emotiva. È inevitabile pensare ai colori che definiscono i grandi maestri: il rosso di Tiziano, l’oro di Klimt, il giallo di Van Gogh.
Kandinsky però sposta lo sguardo altrove: si concentra sul bianco, “il colore che contiene tutti i colori (…) un silenzio pieno di possibilità”; una definizione che è anche una critica, tutt’altro che velata, agli impressionisti, fermi nella convinzione che il bianco non fosse un colore.
Grazie alla visione di un uomo vissuto oltre un secolo fa si giunge a comprendere perché molte immagini generate dall’IA risultino vuote; una macchina può disporre i colori in modo impeccabile, ma non ne conosce il peso emotivo.
Non pensa al significato del giallo, del rosso, del blu, non si interroga sul loro significato, sull'emozione che vuole essere descritta: il risultato è una forma perfetta, ma senza vita. Un colore ben disposto, ma privo di intenzione.
L’astrazione, per Kandinsky, non è un capriccio formale: è la nascita di un linguaggio nuovo, necessario per il suo tempo. Si tratta di un modo diverso di vedere, di percepire, di rappresentare ciò che non può più essere espresso con i linguaggi precedenti.
È impossibile non pensare ai linguaggi digitali contemporanei: interfacce, dati, visualizzazioni, algoritmi: non semplici strumenti, ma alfabeti nuovi, nati da un’epoca che ha bisogno di forme diverse per raccontarsi. L’astrazione è stata il linguaggio del XX secolo; il digitale è il linguaggio del XXI. In entrambi i casi non si tratta di abbandonare il passato, ma di trovare un modo per esprimere ciò che prima non aveva forma.
In questo senso l’innovazione tecnologica mette in luce un punto che Kandinsky aveva già intuito: la differenza tra creazione e rappresentazione; quest’ultima può essere impeccabile, “seducente”, ma senza un’urgenza interiore rimane un simulacro.
L’IA, quando si limita a replicare, produce immagini che funzionano ma non parlano. L’innovazione, invece, non è mai nella replica: è nella capacità di generare un linguaggio nuovo, un modo diverso di percepire. È qui che il pensiero di Kandinsky diventa sorprendentemente contemporaneo: l’arte non è un insieme di tecniche, ma un modo di leggere il mondo. E ogni epoca ha bisogno del proprio.
Il libro si chiude con una serie di tavole di epoche diverse. Non è una conclusione, ma un velato quesito che l’autore pone al lettore
“Come si vedono oggi queste opere, così lontane dal nostro tempo?”
La risposta è spiazzante: molte non trasmettono più come prima. Non perché siano “minori”, ma perché non sono più figlie del tempo in cui stiamo vivendo, "vibrano", anche se passate, solo quelle di Kandinsky stesso, perché si è compreso il suo modo di vedere, perchè si riescono a leggere con gli occhi dell’inizio del ‘900.
E allora il senso del libro si chiarisce: l’arte vive solo quando nasce da una necessità interiore e da un tempo preciso: la replica, che sia imitazione del passato o generazione artificiale, non basta.
“Non è l’arte a essere morta” come è stato bruscamente detto dell’arte replicata con l’IA. È l’arte senza spirito, senza intenzione, senza tempo. Un’immagine perfetta che non dice nulla. L’arte dei nostri giorni, invece, quando nasce da un essere umano immerso nel proprio presente, continua a raccontare.
Questo, forse, è il vero lascito del libro: ricordare che ogni forma viva è figlia del suo tempo e che l’innovazione, artistica o tecnologica, non è mai nella tecnica, ma nella capacità di dare forma a ciò che ancora non esiste.

