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Martedì, 23 Giugno 2026 07:13

Ti consiglio un Libro: "The Giver I Lois Lowry"

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Quando ho cominciato a leggere, o meglio a rileggere, The Giver, non sapevo esattamente che cosa stessi cercando, o che cosa aspettarmi.

Mi spiego meglio: era un libro che avevo sempre considerato “per ragazzi”, l’avevo sfogliato, letto,  per la prima volta alle superiori, per riprenderlo ora, quasi 10 anni dopo,  con una maturità diversa, incuriosita — a tratti “attratta”, mi perdonerete il gioco di parole, — dalla prefazione dell’autrice, Lois Lowry, volta a spiegare come un libro scritto per i più giovani abbia appassionato, se non addirittura salvato, tanti adulti.

Una spiegazione forte, categorizzabile come “esagerata”, ma che è stata convincente a tal punto che mi ha portato ad una rilettura; ricordavo la vicenda in modo un po’ fumoso, ma ero soprattutto incuriosita dal capire se fosse davvero uno di quei libri che cambiano significato a seconda dell’età in cui li leggi. Protagonista è Jonas, un ragazzino di dodici anni che riceve l’incarico di diventare il prossimo Donatore. Jonas vive in una comunità scandita dall’ordine più assoluto: nessuno sceglie, nessuno ha, inconsapevolmente, libertà di scelta.

Non esistono “famiglie”, ma unità familiari; le coppie vengono create “a tavolino” e ricevono un figlio maschio e una figlia femmina, generati da ragazze il cui compito nella comunità è fare proprio questo, mettere al mondo.  Al compimento del dodicesimo anno si diventa adulti e viene assegnato un incarico, il proprio posto nella comunità, senza possibilità di rifiuto, se non in casi eccezionali.

 Ogni elemento dettato dal sentimento viene abolito, in qualche modo soffocato. E allora viene spontaneo chiedersi se questa comunità così perfetta, questa macchina perfettamente rodata, più che da persone non sia composta da una sorta di robot umanoidi.

Da qui si aprono una serie di riflessioni sul mondo di oggi, anche se — come già detto dall’autrice in prefazione  — il libro è stato scritto quando tutto questo non c’era; e non si parla di AI, ma di computer, di tecnologie “base” intesi come li intendiamo oggi. Però, come già dimostrato (vedi Ti consiglio un libro di febbraio, ndr), volumi scritti con uno scopo completamente diverso, in un contesto storico lontano, permettono di mettere in luce aspetti del mondo attuale con i suoi dilemmi.

Quante volte ci imbattiamo nell’amletico dubbio che la macchina, da mero aiutante, possa diventare collega? Che l’uomo possa essere sostituito interamente da una macchina fredda, apatica, senza sentimenti?

Ci troveremmo davanti a una “società” — nel senso aziendale del termine — fredda, proprio come quella descritta nel romanzo, dove i sentimenti non solo sono un elemento di troppo, ma sono pericolosi, perché la possibilità di scegliere porta con sé la possibilità di sbagliare.

E allora si apre un nuovo tema, forse considerato quasi un tabù: il concetto di errore. Nella società di Jonas non si può sbagliare, non più di tre volte (parliamo di errori gravi, intendiamoci, ma nemmeno così abissali). La pena è “lo scaricamento”: lascio al (futuro) lettore immaginare di cosa si tratti, per evitare anticipazioni su un punto così fondamentale. Certo, non siamo a quei livelli, ma sono sempre più convinta che il concetto di sbaglio sia troppo etichettato come negativo. Si pensa che tutto debba essere “one shot”, buona la prima, quando non è così.

Permettetemi di dire che forse una certa responsabilità ce l’hanno anche i social: mostrano una perfezione che non esiste. Non parlo solo di canoni estetici — e non è questo il contesto per aprire quella parentesi — ma di abilità, di prove, di competenze. Ricette complicatissime, esercizi di ginnastica: tutto riesce alla prima, tutto esce perfetto, quando quasi certamente ci sono ore di tentativi che non vediamo.

E allora perché noi dovremmo illuderci di  “nascere imparati”, andando contro il celebre detto?

Mi viene in mente, a tal proposito, un incontro di qualche tempo fa, dove mi colpì molto un intervento di Jacopo Callà, presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria Genova. Parlò proprio di questo: del concetto di errore, della necessità — anzi della correttezza — di dare ai ragazzi, e più in generale a tutti, la possibilità di sbagliare. Marchiare lo sbaglio è un errore enorme, diceva, e diventa persino un vincolo per gli investitori.

Mi sembra il contesto perfetto per rimarcare un concetto che oggi appare quasi atipico, ma che in realtà dovrebbe essere giusto e fondamentale. Quante volte abbiamo paura di alzare la mano? Quante volte abbiamo paura di far sentire la nostra voce in una riunione? Tendiamo a nasconderci, tendiamo ad avere paura di sbagliare…dai banchi di scuola fino alle scrivanie dell’ufficio

In tutto ciò, una domanda sorge spontanea: "Che cosa ha di speciale Jonas? O meglio, che cosa ha di speciale il compito che gli viene affidato?" Lui dovrà portare tutti i ricordi, dolorosi e non; vivrà la realtà spenta e fredda della comunità (nel film tratto dal libro questo concetto è reso benissimo dal fatto che inizialmente la pellicola è in bianco e nero, ndr ) con la sapienza e la conoscenza del nostro mondo, fatto di emozioni e sentimenti.

Il Donatore, uomo anziano e saggio, gli fa comprendere che tutti gli altri, dagli amici ai “genitori” alla “sorella”, non vedono la vita come inizia a vederla lui. Sono ignoranti, nel senso più puro del termine: coloro che ignorano. Arrabbiarsi non è necessario, anzi è sbagliato, perché vivono in una sorta di bolla.

E tutto questo mi fa chiedere se, in un certo senso, non stiamo andando verso quella direzione: colleghi‑robot, tanto efficienti quanto freddi. Certo, saremmo più produttivi come azienda.

Ma a che costo?